giovedì, 15 maggio 2008

I negozi di vicinato nei centri delle citta', nelle periferie, nei piccoli comuni di montagna e di pianura sono sempre piu' in difficolta' e la media distribuzione sempre piu' agonizzante.

Eccole li' le cattedrali nel deserto, quartieri interi di palazzi accatastati, spremuti l'uno contro gli altri, di vetro dal bagliore ipnotizzante, di cemento armato in grisaglie, di acciaio scintillante.

Il genere varia: geometrica banalita', orrenda costruzione, lussuosa architettura, sono dovunque, nelle metropoli eccitanti, nelle periferie degradate.

Sono diventati dei veri e propri luoghi di aggregazione trasversale, ci vanno i giovani per soddisfare coazioni al consumo di ogni tipo ( fast food, cinema multisala, orribili sale giochi), ci vanno gli anziani soprattutto d'estate per trovare un po' di refrigerio dalle bollenti citta', divenute savane inabitabili.

Anche nella mia piccola provincia i centri commerciali sono diventati un numero enorme rispetto alla cittadinanza, in questi giorni hanno inaugurato un consumificio da 70 negozi, non bastassero quelli in sovranumero gia' esistenti.

L'espansione e' selvaggia, i paesini vengono svuotati da qualsiasi forma di vita sociale, le vecchie botteghe annichiliscono e le citta' vengono intasate dal traffico e dall'inquinamento, una vera tortura simil-ferie agostane.

Non c'e' nessuna forma di equilibrio a governare la moltiplicazione crescente dei centri commerciali, che sembrano sedare ogni voglia di consumo, per tutti i palati, bisogni elementari e complessi.

La societa' dei consumi finira' per consumare se stessa?  

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categoria:vita, consumi
lunedì, 12 maggio 2008

Estate 1959, Stato dell'Oregon, Usa.

Castle Rock, 1281 abitanti.

Quattro ragazzini dodicenni affiatati si mettono alla ricerca del cadavere di un coetaneo scomparso da casa, spinti dal desiderio eccitante di avere il loro quarto d'ora di notorieta', una foto sul giornale, la pubblicita' in televisione.

Sono molto diversi tra di loro, ma l'intento e' comune e rinsalda la loro amicizia.

Gordie ha una passione per la scrittura, ma si sente isolato dai genitori da quando un muro di incomunicabilita' e' sceso tra di loro, dopo la tragica morte del fratello, promessa stella dello sport.

Chris e' perseguitato dal pregiudizio perche' proveniente da una famiglia di poco di buono; e' intelligente e di grande sensibilita', ma cio' non basta a riscattarlo.

Teddy e' figlio di un reduce dello sbarco in Normandia, a cui sono rimaste le stigmate di gravi problemi psichici derivanti dal devastante vissuto; il padre gli ha ustionato un orecchio sulla stufa e ne porta i postumi.

Infine c'e' Vern, visibilmente sovrappeso, oggetto di continue derisioni, personalita' labile e pavida.

Le migliori storie di bambini sono viaggi, sia in senso metaforico che non; i 4 ragazzini infatti compiranno un viaggio di 50 km. sulle traccie di un cadavere, un viaggio che sara' un rito di passaggio verso l'adolescenza, niente sara' piu' come prima.

Il film e' la trasposizione cinematografica  del racconto piu' atipico, ma assolutamente affascinante di Stephen King, Il corpo.Secondo il parere dell'autore e' il miglior  film tratto dalle sue opere.

King ebbe a dire che libri e film sono come mele e arance, entrami frutti gustosi, ma ognuno dal gusto diverso.

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categoria:libri, cinema, viaggi dellanima
venerdì, 09 maggio 2008

 

 

libri

 

Ulisse, dal nome evocativo, uno dei personaggi di questo libro di Stefano Benni, e' un lettore per una piccola casa editrice, autore di un solo libro, in crisi perche' arenato nella stesura della seconda opera.

Achille, un giovane entusiasta, ma ingabbiato in un corpo vulnerabile, oppresso dall'handicap di una malattia pervasiva e invalidante.

Il romanzo e' il dialogo tra queste due persone che incrociano la loro vita tramite un misterioso appuntamento.

Anche gli altri personaggi portano nomi omerici: Penelope, un'immigrata senza permesso di soggiorno di cui e' innamorato Ulisse, Circe, la sua segretaria, Vulcano il suo direttore.

Il tema dell'handicap Benni lo sa trattare in maniera lieve ed ironica, con pennellate toccanti e scanzonate, anche quando si cala negli abissi delle sofferenze quotidiane senza sconto.

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categoria:libri, viaggi dellanima
mercoledì, 07 maggio 2008

ca

Ca' Venier dei Leoni

Sul Canal Grande, a Venezia, s'affaccia Palazzo Venier dei Leoni, per 30 anni abitazione veneziana  della collezionista e mecenate americana Peggy Guggenheim; dopo la sua morte, nel 1979, l'edificio e' passato, assieme alle opere d'arte, alla Salomon R. Guggenheim Foundation di Ny . La sistemazione delle opere segue un ordine per correnti figurative; nel giardino, invece, sono presenti sculture di vario genere e le tombe dei suoi amatissimi cagnolini, dai nomi sorprendenti (Hong Kong, Cappuccino, Pegeen, in onore della figlia).

Sessant'anni fa, nella primavera del 1948, l'eccentrica, scandalosa, insicura Peggy sbarcava in laguna e Venezia le rende omaggio.

Il Museo Guggenheim e' delizioso ed e' considerato uno dei piu' importanti musei d'arte contemporanea in Italia.

Nel 1948 la Guggenheim acquisto' per 60 mila dollari Ca' Venier, un'edificio  incompiuto, gia' proprieta' di nobildonne stravaganti almeno quanto lei, e subito i gossip fiorirono,  era troppo cosmopolita e disinibita per la Venezia di allora.

Peggy era una musa inquietante, dall'abbigliamento coloratissimo e catalizzante, stravagante nei modi, si annoiava facilmente e per sedare la voglia intensa di vita faceva lunghi viaggi: Tibet, India, Giappone.

Ogni personalita' di spicco, in visita a Venezia, passava da lei: De Chirico, Miro', Henry Moore, Chagall, Cocteau, Montale, Tenessee Williams, Stravinskij e altri ancora.

Le opere contenute nella casa -museo sono di  tanti artisti importanti, tra gli altri Kandinskij, Piet Mondrian, Paul Klee, Giacomo Balla, Max Ernst, Miro', Magritte, Picasso, De Chirico, Pollok. 

Peggy e' stata descritta come una pessima madre, indifferente, egocentrica, temibile cuoca,  indomabile, di cattivo carattere; del resto e' risaputo che le persone di carattere hanno sempre un pessimo carattere.

Le fotografie che la ritraggono parlano per lei, occhiali da sole bizzarri piu' grandi del suo volto, abiti pazzeschi, circondata dai suoi cani razza tibetana lhasa apso, tra sculture africane, lampadari ed oggetti d'arte che precorrono i tempi.

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categoria:venezia, eventi, arte, foto, viaggi dellanima
lunedì, 05 maggio 2008

 Cile, 1973, il capo dello Stato e' Savador Allende, i ricchi temono l'espropriazione dei loro beni, i poveri cominciano timidamente a sperare in un cambio di rotta.

Questo e' il contesto del film Machuca; la citta' dove e' ambientato e' Santiago.

In una scuola esclusiva britannica, Padre McEnroe, il preside dell'istituto d'elite, d'accordo con la maggioranza dei genitori, tenta un esperimento azzardato : inserire dei bambini che abitano ai margini della societa', dei diseradati che non si possono permettere la retta proibitiva. Pedro Machuca , 11 anni, e' uno di questi pochi fortunati, abita in una baraccopoli illegale a pochi isolati di distanza. Il preside e' un attivo idealista, che tenta di favorire l'integrazione tra due modi contrapposti, dalla distanza siderale. Pedro , sguardo profondo da indio, maglietta sporca e bucata, stabilisce un rapporto previlegiato con Gonzalo Infante "muso di fragola", definito cosi' per la pelle rosea punteggiata da efelidi, divisa perfetta e modi da signorino. Un muro divide questi mondi d'appartenenza, ma il fervore rivoluzionario dell'epoca vorrebbe abbatterlo. L'amicizia tra i due bambini si fa' sempre piu' sentita e la presenza di Silvana, cugina di Machuca, scettica nei confonti della borghesia, la consolida. C'e' una scena meravigliosa in cui Gonzalo e Pedro condividono con lei baci appassionati dati sulle labbra cosparse di latte condensato, reperito al mercato nero.

Ma nel momento in cui Allende viene assediato e costretto a togliersi la vita, il percorso d'integrazione dei due mondi opposti sfumera'. All'incontro con i genitori il direttore della scuola viene accusato di essere la causa di litigi e disordini, la scuola democratica di tutti non viene gradita, padre McEnroe tacciato di essere paternalista e comunista. Mischiare i poveri con i ricchi, le mele con le pere, non incontra piu' il favore della borghesia. Ci vuole troppo coraggio a cambiare le cose, all'urlo "Fuori i marxisti da qui!" si scaldano gli animi, per le strade infuriano le manifestazioni.

Il governo militare di Pinochet con un golpe prende il potere, la scuola subira' perquisizioni, ogni protesta verra' sedata con la forza; il nuovo rettore sara' un militare che ripristinera' l'ordine , la gente "inetta" che non paga la retta verra' esclusa. Machuca, dallo sguardo fiero che non si abbassa mai difronte all'arroganza del potere, e' il primo ad alzarsi in piedi per salutare Padre McEnroe quando viene cacciato e subisce la stessa sorte.

Tra i morti anche Silvana,la ragazzina per cui hanno provato i primi turbamenti sessuali. Tenta strenuamente di difendere il padre dai militari che lo trascinano fuori dalla baraccopoli, ma non ce la fa.

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categoria:politica, cinema, emozioni
venerdì, 02 maggio 2008

Nel libro a fumetti, rigorosamente in bianco e nero, dal titolo "Persepolis", e' raccontata,  con l'ironia e gli occhi dolenti di una bambina di 9 anni, la storia recente dell'Iran.

La bambina, ora adulta, e' la fumettista iraniana Marijane Satrapi, che, con matita leggera, ma anche dura, racconta la sua personale vicenda, alla fine degli anni '70, in una famiglia comunista, nonno e zio uccisi in carcere con metodi di tortura orribili.

Quando fu ucciso il nonno imperava lo Scia', nel caso dello zio dominavano i feroci ayatollah; di li' a poco la rivoluzione di Khomeini aveva fatto sperare in un Iran diverso, senza piu' sangue, la sinistra e gli intellettuali speravano in una nuova ventata di democrazia.

Ben presto le illusioni cadono, le ondate repressive si fanno sempre piu' violente, le carceri sono strapiene di perseguitati politici e l'adolescente Marijane viene spedita a studiare nella piu' tranquillizzante Vienna.

C'e' una striscia veramente commovente, quando la nonna le appuntera' dei gelsomini dal profumo inebriante all'interno del reggiseno, affinche' non dimentichi gli odori della sua terra tanto amata, tuttavia con un regime fondamentalista cosi' duro da non permetterle una vita accettabile in Patria.

L'inchiostro  nero sottolinea l'integralismo soffocante, le violenze e  le torture meglio di qualsiasi descrizione, il valore di denuncia si distingue in maniera forte ed originale.

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categoria:politica, libri
mercoledì, 30 aprile 2008
mafalda07[1]

Mafalda e' l'irriverente, dissacrante, curiosa bambina creata dalla matita dell'arguto fumettista argentino Joaquin Salvador Lavado, chiamato subito Quino affinche' non venisse confuso con lo zio, pittore e disegnatore pubblicitario, che gli fa scoprire l'amore per il fumetto.

La contestaria Mafalda e' ultraquarantenne, una splendida ultraquarantenne; gli anni se li porta molto bene, l'interesse e la simpatia per lei non viene mai meno, e' talmente popolare in Argentina al punto da dedicarle una piazza di Buenos Aires, e' stata pubblicata ovunque, persino in Cina, ma, particolare curioso, non negli Usa.

Che abbiano anche loro paura di lei? Non usa il computer, non possiede telefonino, detesta gli adulti che  vogliono impadronirsi del petrolio costi quello che costi, odia i regimi militari, e non solo quelli dell'America Latina, nutre avversione per gli stereotipi di qualsiasi natura, la globalizzazione selvaggia, l'ottusita' del mondo degli adulti e pure la minestra.

Negli anni '70 ha sposato la causa femminista con il famoso slogan urlato a squarciagola "Io sono miaaaa!!!"Che sia una comunista in pectore?

Scegliere fra Mafalda e i Peanuts, dicono, e' come scegliere tra i Beatles e i Rolling Stones, io comunque scelgo sicuramente lei.

Spesso la critica si chiede se i fumetti abbiano pari dignita' di un libro, nel caso delle strisce di Quino ne hanno anche di piu',  perche' contengono piu' libri insieme: politica, psicanalisi, antropologia, pedagogia, sociologia e chissa' quanti altri, nascosti tra le strips. 

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categoria:politica, libri
lunedì, 28 aprile 2008

Il regista di questo film, Ken Loach, rivolge tutto il suo impegno alla denuncia sociale, Hollywood con le sue sirene, le sue tentazioni e le sue paillettes, e' lontana da lui anni luce.

Figlio della classe operaia, ne porta le stigmate; studente di legge ad Oxford, s'interessa di cinema sperimentale e recita, ma il suo scopo principale e' creare interrogativi, consapevolezza politica. 

In Sweet Sixteen l'obiettivo e' puntato su Greenok, Scozia, dove il degrado sociale, la droga, l'alcolismo, attecchiscono a dismisura in seguito alla chiusura dei cantieri navali: due o forse tre generazioni di disoccupati allo sbando. 

Liam e' un ragazzo che compira' 16 anni il giorno in cui sua madre uscira' dal carcere e vuole  a tutti i costi piegare a suo favore il tracciato di un destino infelice.

Sogna una famiglia che non ha mai avuto, un nido sicuro, una stabilita', lontano da un padre orribile che lo costringe a spacciare droga, un nonno poco raccomandabile, degli amici improbabili e nullafacenti. 

Ma per avere la serenita' a cui aspira c'e' bisogno di denaro, tanto denaro e la via piu' semplice per ottenerlo e' ancora una volta perdersi nel labirinto dell'illegalita' ; viene duramente ripreso dalla sorella, ragazza madre, l'unica di una famiglia sgangherata in grado di provare vero affetto nei suoi confronti.

Liam, nel bisogno disperato di stabilita' e' disposto a dare, contro ogni evidenza, ogni attenuante possibile alla madre, pur di avere una parvenza di normalita'.

Loach e' considerato un anti-patriota, come lo e' Michael Moore negli Usa; nel suo genere documentaristico, sa ricavare da una storia quotidiana un'impietoso affresco di un contesto, alla ricerca della verita'.

Anche se i paragoni sono spesso facili semplificazioni,    Ascanio Celestini  viene paragonato a lui; io trovo che sia abbastanza vero.

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categoria:politica, cinema, vita
giovedì, 24 aprile 2008

Con una bellissima foto in bianco e nero che rappresenta Kyoto d'inverno ritratta da lui stesso, Fosco Maraini ci introduce al vissuto"Ore giapponesi", libro uscito in nuova edizione per conto della casa editrice Corbaccio.

Maraini, scomparso 4 anni fa, era una figura poliedrica, inedita: scrittore, antropologo, studioso, etnologo, fotografo e pure alpinista, tutto questo in una sola persona. Era il maggior conoscitore italiano del Paese del Sol Levante, ne ha setacciato ed indagato le lande piu' remote per piu' di 60 anni, con tutti i mezzi di locomozione possibili. Se siete affascinati dalle culture lontane questo e' un libro importante, il Giappone non avra' quasi piu' segreti per voi, i luoghi descritti diventeranno i paesaggi della vostra anima.

Sin dagli anni '30 si trasferisce con la famiglia in Giappone e rimane fino al 1945; nel 1943 viene internato in un campo di concentramento insieme ai figli piccolissimi e alla moglie. La figlia, Dacia Maraini, nota scrittrice, ha spesso raccontato di quei giorni terribili, attraversati dalla paura e dai morsi della fame che faceva delirare. C'e'il ricordo doloroso, nel 1945, di un Paese distrutto, occupato dagli americani. Prima di allora il Giappone non era mai stato occupato da nessuno straniero, il popolo si considerava indomito, invincibile, eletto. Dopo la guerra la situazione era angosciosa e c'e' voluto molto tempo per recuperare l'orgoglio nazionale ferito e oltraggiato. Ma il popolo rialza la testa e segue lo strabiliante sviluppo economico degli anni '60 e '70. Il Giappone e' uno strano Paese dove convivono tradizione arcaica e modernita' ipertecnologica.

Maraini racconta le vicende giornaliere di viaggio lungo tutte le sue peregrinazioni  dall'Est all'Ovest, a cui segue una rilettura aggiornata.

Le fotografie che corredano il libro sono strepitose,raccontano il Giappone in transizione, tra tempi lontani e i giorni nostri. Sottolineano gli aspetti religiosi, della politica, della tradizione, dell'arte, dei costumi e delle usanze..

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categoria:libri, giappone, viaggi dellanima
martedì, 22 aprile 2008

Il cammino che porta alla felicita'

Il regista di questo film e' lo stesso di "Lanterne rosse", Zhang Yimou; qui raconta un'altra toccante ed intensa storia di sentimenti sospesi, dal lungo percorso, resa piu' indelebile da una splendida fotografia che dipinge le stagioni ed i paesaggi, vividi, evocativi, di una landa remota del Nord della Cina.

Un uomo d'affari, alla morte del padre, un maestro che ha insegnato per 40 anni in uno sperduto villaggio, fa ritorno al luogo natio per rendergli omaggio.

Al suo arrivo c'e' ad attenderlo, con il fardello colmo di ricordi indimenticabili, la madre affranta.

Per il marito amatissimo non desidera altro che una sepoltura degna dell'antica tradizione cinese, con decine e decine di accompagnatori, assoldati allo scopo, lungo un percorso che celebra il rispetto della persona che fu, un uomo probo che dedico' la sua  vita all'amore indiscusso per la moglie ed il figlio e all'insegnamento in una landa speduta, battuta dai venti e dalle solitudini.

Mai prima di lui c'era stato un insegnante, la popolazione gli tributa gli onori che una persona speciale merita, una persona sorretta da un amore che non conosce confini.

Secondo il mio personalissimo parere e' un film che incontra il favore ( e le lacrime!!!) di un'audience preferibilmente femminile, i tempi lunghi ed i sentimenti enfatizzati non si attagliano sempre al pubblico maschile.

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categoria:cinema, sentimenti, emozioni