I negozi di vicinato nei centri delle citta', nelle periferie, nei piccoli comuni di montagna e di pianura sono sempre piu' in difficolta' e la media distribuzione sempre piu' agonizzante.
Eccole li' le cattedrali nel deserto, quartieri interi di palazzi accatastati, spremuti l'uno contro gli altri, di vetro dal bagliore ipnotizzante, di cemento armato in grisaglie, di acciaio scintillante.
Il genere varia: geometrica banalita', orrenda costruzione, lussuosa architettura, sono dovunque, nelle metropoli eccitanti, nelle periferie degradate.
Sono diventati dei veri e propri luoghi di aggregazione trasversale, ci vanno i giovani per soddisfare coazioni al consumo di ogni tipo ( fast food, cinema multisala, orribili sale giochi), ci vanno gli anziani soprattutto d'estate per trovare un po' di refrigerio dalle bollenti citta', divenute savane inabitabili.
Anche nella mia piccola provincia i centri commerciali sono diventati un numero enorme rispetto alla cittadinanza, in questi giorni hanno inaugurato un consumificio da 70 negozi, non bastassero quelli in sovranumero gia' esistenti.
L'espansione e' selvaggia, i paesini vengono svuotati da qualsiasi forma di vita sociale, le vecchie botteghe annichiliscono e le citta' vengono intasate dal traffico e dall'inquinamento, una vera tortura simil-ferie agostane.
Non c'e' nessuna forma di equilibrio a governare la moltiplicazione crescente dei centri commerciali, che sembrano sedare ogni voglia di consumo, per tutti i palati, bisogni elementari e complessi.
La societa' dei consumi finira' per consumare se stessa?









