venerdì, 04 luglio 2008

Regia: Oliver Stone

Sceneggiatura: Ron Kovic, Oliver Stone

Genere: drammatico, Guerra (1989)

Piccolo centro, nei pressi Ny, e' qui che nasce Ron Kovic, da una  famiglia ultratradizionalista, cattolica e benpensante. Il giorno della sua nascita sembra rinchiudere un destino: e' il 4 luglio, l'Independence Day, festa nazionale degli americani, e conferisce al suo entusiasmo patriottico di ragazzo educato all'agonismo e a credere negli ideali dell'americano medio, una dimensione fatale. Nel 1967, raggiunta l'eta' necessaria, puo' finalmente servire il proprio Paese nel corpo dei marines degli Usa e parte volontario per il Vietnam, imbacuccato nella convinzione  di difendere la bandiera e la civilta' dal pericolo del comunismo.Ma la realta' si presenta ben diversa da cio' che aveva immaginato,li' e' l'inferno, la guerra e' crudele e spietata , donne e bambini vengono massacrati atrocemente. Lui stesso, per errore, uccide il commiltone Wilson, la spirale dell'orrore non conosce tregua.In seguito viene ferito durante un combattimento e restera' paraplegico ed impotente. Al rientro in Patria ci saranno altre delusioni ad aspettarlo: la situazione e' cambiata, lui non e' visto come un eroe e la sua presenza e' scomoda ed ingombrante. Le umiliazioni che subira' saranno tali e tante da fargli vedere la vita da un'altra angolazione , sposera' la causa del pacifismo diventandone un leader del movimento, trovandone uno scopo che puo' riempire la sua vita .

Il regista Oliver Stone, l'anarchico pacifista di Hollywood , puo' apparire un po' troppo didascalico, questo film viene dopo Platoon del 1986, ma merita comunque la visione.

Questa sera la mia porzione di cielo verra' illuminata a giorno da mirabolanti fuochi d'artificio che termineranno coi colori della bandiera americana; la base Usaf ha sospeso i festeggiamenti credo solo quando la crisi dell'ex Jugoslavia, terra a noi limitrofa, era troppo sanguinosa e vicina, festeggiare era   indecoroso, uno schiaffo esibizionistico di ostentazione intollerabile.

postato da: mary17 alle ore 15:16 | Permalink | commenti (12)
categoria:libri, cinema, violenza, bisogni primari
lunedì, 23 giugno 2008

 

Slavenka Drakulic e' una scrittrice croata. Nel libro "Come se io non ci fossi" tratta degli stupri in Bosnia, una pagina dolorosa ed indimenticabile della nostra storia recente.

"Ricordo molto chiaramente la prima donna stuprata che ho conosciuto. Era nell'autunno del '92, vicino Zagabria.

Era musulmana di Kozarac, in Bosnia. Dopo alcuni mesi passati in campo di detenzione, arrivo' a Zagabria insieme ad un gruppo di profughi.Selma (non e' il suo vero nome) era una donna sui 35 anni, con capelli castani corti e occhi azzurri. Mi racconto' la sua storia a voce bassa, quasi sussurando: si trovava nella sua casa con due figli piccoli e la madre quando un gruppo di paramilitari serbi entrarono nel suo cortile. Dissero che cercavano armi. Ma non c'era nessun' arma, e neanche oro, perche' e' questo quello che cercavano.Arrabbiato, un uomo l'afferro' e la spinse in camera da letto. Poi fu raggiunto dagli altri. "Poi mi fecero quello", mi disse semplicemente Selma. abbassando lo sguardo a fissare le mani. "Dopo, per molto tempo non riuscii a guardare in faccia i miei figli...Mi lavavo, mi lavavo e mi lavavo, ma il loro odore non se ne andava. Pensi, me lo fecero sul letto di sposa" mi disse. Questa volta avvertii una traccia di disperazione nelle sue parole. Non piangeva, non piu'. Ma provava vergogna e la vergogna non l'abbandonava, dovette imparare a conviverci, e dovette farlo anche il marito. E la societa'? Alle circa 30.000 vittime di violenze sessuali in Bosnia non e' mai stato riconosciuto lo status di vittime di guerra. Mentre lavoravo al mio libro "Non avrebbero mai fatto male a una mosca" sui criminali di guerra dei Balcani sotto processo al Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia dell'Aja, mi imbattei sul caso "Foca". Si trattava di 3 serbi che avevano tenuto prigioniere delle ragazze musulmane, torturandole, riducendole a schiave sessuali e stuprandole. Ma questi uomini non capivano davvero perche' li stessero processando. Uno di loro si difese dicendo"Ma avrei potuto ucciderle!" Dal suo punto di vista, lui le aveva effettivamente risparmiate. Stupro? Che razza di crimine e' rispetto ad ammazzare? E' un caso molto importante, perche' la magistrata dello Zambia, Florence Mumba, il 22 febbraio 2002 pronuncio' contro di loro una sentenza di colpevolezza. Dragoljub Kunarac, Radomir Kovac e Zoran Vukovic furono, nella storia giudiziaria europea, i primi uomini condannati per tortura, riduzione in schiavitu', offese alla dignita' umana e stupro di massa di donne musulmane bosniache giudicati come crimini contro l'umanita'. La sentenza riconobbe che la violenza sessuale e' un'efficacissima arma di pulizia etnica, Oltre a disonorare le donne violentate, umilia i loro uomini, che non sono capaci di proteggerle. Per questo spesso le donne erano deliberatamente violentate sotto gli occhi dei mariti.La violenza sessuale distrugge l'intera comunita', perche' il marchio d'infamia rimane con loro, non dimenticato, non perdonato.....

E' un momento storico perche' finalmente la violenza sessuale e' riconosciuta come un'arma e potra' essere punita. Nessun uomo potra' difendersi dicendo che avrebbe potuto uccidere una donna che ha "semplicemente" stuprato, perche' lo stupro e' una sorta di lento assassinio. "

SLAVENKA DRAKULIC

postato da: mary17 alle ore 08:14 | Permalink | commenti (16)
categoria:politica, libri, informazione, violenza, sottrazione della dignita
lunedì, 16 giugno 2008

 Un film di Tony Kaye. Con Edward Norton, Edward Furlong, Beverly D'Angelo, Elliot Gould, Fairuza Balk. Drammatico. Produzione Usa, 1999

Venice, Los Angeles.

I terribili "discepoli di Cristo" seminano il terrore e la tensione, i neri aggrediscono per difendersi, il clima e' incandescente. I quartieri diventano letteralmente campi di battaglia, gli immigrati clandestini violentemente menati, torturati, devastati i negozi. Da Seattle a S. Diego spira il devastante vento del razzismo. Derek, il protagonista del film,  riacquista la liberta' dopo tre anni di duro carcere per l'omicidio di due neri che tentavano il furto della sua auto. Il fratello minore subisce la sua influenza e, per essere recuperato, in un liceo dove il razzismo dilaga, viene invitato dal suo professore a rileggere la storia americana.

Gli skinheads sono divisi per bande e il preside della scuola cerca di correre ai ripari: i ragazzi frustati, insicuri, di scarsa personalita' vengono facilmente reclutati nelle bande criminali. Derek all'uscita del carcere viene accolto come un eroe dai fanatici neonazisti, ma lui non e' lo stesso di prima.

La convivenza forzata con un nero, nel reparto lavanderia del carcere, cambiera' la sua ottica,  avra' occhi compassionevoli per lui che si trova in galera per motivi banali. L'esperienza carceraria sara' durissima, subira' violenze psichiche e fisiche dai suoi stessi amici skinheads e, durante il lungo calvario, avvera' la sua redenzione.

Si accorgera' che tutta la montagna d'odio che ha dilaniato la sua esistenza non e' stata che una palla al piede per lui e la sua famiglia; tante energie si sono sprecate inutilmente invece di essere riposte in altre direzioni.L'odio , in generale, non produce che altro odio, in una spirale perversa e nevrotica.

L'epilogo e' tragico e il regista ha dovuto tagliare delle scene  ritenute di cattivo esempio, per il possibile rischio d'emulazione.

Il film puo' apparire didascalico,  ma purtroppo fotografa a livello sociologico il  fenomeno dell'odio razziale nelle grandi aree metropolitane Usa, anche se, in parte, ora  piu' sfumato.

   

postato da: mary17 alle ore 16:31 | Permalink | commenti (12)
categoria:cinema, vita, violenza
martedì, 18 marzo 2008

DIARIO DALLA MARCIA

Non ho avuto dubbi quando ho saputo della marcia. Mio marito, italiano, ha capito:sono parita il 7 marzo da Zurigo per unirmi agli altri esuli. I primi giorni sono stati di addestramento. Gli organizzatori ci hanno spiegato cosa fare se venivamo caricati dalla polizia: non appena avvertivamo che la tensione cresce dobbiamo sederci per terra e pregare, non cantare, non urlare slogan, la nostra e' un'azione pacifica. Per ora la polizia indiana ci ha seguito in abiti civili, qualche volta c'e' stata la polizia militare, ma niente cariche. Sappiamo pero' che e' cosi' nell'Himachal Paradesh, dove ci troviamo adesso, le cose tuttavia potrebbero cambiare quando saremo in Punjab, martedi', perche' c'e' un altro Stato, c'e' un'altra legislazione. Ci rendiamo conto che la situazione e' peggiorata dalla  reazione della gente comune: prima dalle notizie arrivate da Lhasa non era difficile trovare un posto dove accamparsi, spesso qualcuno ci portava da mangiare, ci offriva di servirci delle loro case. Adesso no, la gente ha paura e non e' contenta se ci fermiamo nei villaggi, temono l'arrivo dei militari e i disordini. Si dorme spesso all'aperto, se il camion con il sostegno logistico non riesce a passare non ci sono tende ne' stuoie su cui riposare e dopo 25, 30 km di cammino la stanchezza e' tanta. Conosciamo l'itinerario giorno per giorno, solo 2 tra gli organizzatori sanno qual'e' il percorso completo. Durante l'ultima riunione c'era moltissima tensione: l'ultimatum dato dalla Cina ai manifestanti di Lhasa potrebbe colpire anche noi.

Karma e' tibetana, da anni vive tra Dharamsala e la Svizzera e lavora con le associazioni degli esuli.

E' nella valle di Kangra, in marcia verso il confine con il Tibet.

Questa e' la sua testimonianza al quotidiano "La Repubblica" 

postato da: mary17 alle ore 07:10 | Permalink | commenti (11)
categoria:informazione, violenza, abuso di potere
martedì, 26 febbraio 2008

locandina

 

In una favela alle pendici di Rio de Janeiro, senza luce elettrica ne' fognature, lontanissima dal paesaggio incantevole da cartolina carioca, due giovani combattono strenuamente e quotidianamente per raggiungere le proprie aspirazioni.

Mentre il primo sogna per se' un futuro da fotografo, il secondo ambirebbe a diventare il piu' temuto e rispettato criminale della favela.

Qui la violenza spietata e' all'ordine del giorno e la gente si divide in banditi, (tantissimi), prostitute, spacciatori e qualche poliziotto che li insegue o pretende un compenso per far finta di niente.

Dagli anni Sessanta, dove la criminalita' di quartiere appare ancora vincolata al pretesto della fame nera, raggiungiamo un'escalation di violenza fino agli anni Ottanta, con i protagonisti, diventati adulti, organizzati in vere e proprie bande criminali da far paura, per la supremazia del controllo del narcotraffico.

La violenza e' tanta e tale da far quasi male, la ferocia ha tratti inediti,lo scorrere dei giorni e' scandito da crudelta' che originano nuove crudelta', in un vortice nevrotico.

Un sapiente gioco di flashbacks non solo ci introduce negli albori della loro "formazione" umana e criminale, ma trasforma un gran numero di eventi in colpi di scena.

Alla fine, con grande sollievo, assistiamo al riscatto di quel bambino, Buscape', ormai un adulto dalla scorza coriacea che c'e' la fara', diventera' un fotografo professionista e le sue foto saranno  dei veri scoop.

Il film e' tratto dall'omonimo romanzo di Paulo Lins, racconta una storia vera, e' un autentico pugno nello stomaco, ma la vita e' duplicita', esiste anche il male abissale.

Mi tornano in mente le parole di De Andre' " dai diamanti non nasce niente...dal letame  nascono i fior..."

 

postato da: mary17 alle ore 15:11 | Permalink | commenti (6)
categoria:libri, cinema, foto, violenza